L'edificazione della villa è dovuta probabilmente a Filippo del Migliore, che acquistò nel 1539 dalla famiglia della Stufa "...una casa da signore con le sue residenze ed appartenenze al sito di Santo Romolo a Bivigliano luogo detto la Torre con stalle spiccata distante braccia 20 con cappella apresso a detta casa..." Il toponimo "La Torre" sembrerebbe avvalorare l'ipotesi, tramandata dalla tradizione, che la villa sorgesse sulle fondamenta di un "castello", probabilmente quello dei Cattanei di Cercina Signori di Bivigliano, risalente all'XI secolo. Peraltro il rilevamento dimostra con certezza che all'origine se non un "castello" vi era almeno una di quelle "case da signore" tipiche della campagna fiorentina, di epoca tardo medioevale, su cui spesso si sovrapponevano, come in questo caso, ristrutturazioni successive che le trasformavano radicalmente e, a volte, conferivano loro la dignità di ville.
Su queste basi, verso la fine del Cinquecento, sorse la nuova dimora signorile, forse su progetto di Bernardo Buontalenti o della sua bottega, che proprio in quell'epoca stava realizzando nella vicina Pratolino, per i Medici, la villa che fu poi dei Demidoff. Le fortune del complesso sono legate alla famiglia Ginori, dal momento che Filippo di Agnolo Ginori, come si ricava dal contratto del 6 maggio 1664, pagava a Domenico di Francesco Del Riccio scudi 232 per una "casa consistente in più stanze con un chiuso di staiora quattro di terreno fruttifero e vitato posto nel Popolo di San Romolo a Bivigliano Vicariato di Scarperia Lega di Tagliaferro luogo detto la Fonte delle Masse...". Un'altra data, il 1690, ci aiuta a precisare il tempo in cui furono eseguiti ulteriori lavori di trasformazione, non solo dell'edificio ma anche dell'impianto del parco limitrofo. Il parco mostra un interessante disegno naturalistico con elementi architettonici (grotta artificiale, fontana, tavoli, etc.) e un importante progetto idrico che interessa il regime delle acque di pertinenza, sicuramente voluto dai Ginori, il cui stemma compare un po' dovunque: la data in questione è riportata nell'iscrizione incisa alla base della grotta all'interno del bosco, che recita: "Filippo Ginori fecit anno 1690".
La tenuta, di circa 360 ettari, caduta in decadenza, passò nel 1858 al Cavalier Luigi Pozzolini, che l’acquistò all’asta da Alessandro Ginori Soldani Bensi. Allora si estendeva da Caselline sino a Monte Senario, e si elevava da una quota minima di 400 metri a una massima di circa 800 metri sul livello del mare, con pendenze spesso elevate. In questo periodo furono effettuati gli adeguamenti indispensabili per rendere pi confortevoli e vivibili gli ambienti. Importantissima fu anche la sistemazione del territorio circostante e l’organizzazione della grande tenuta a fattoria modello, che ancora determinano in buona parte l’assetto del territorio circostante. Nuove colture agrarie, pascolo, allevamento, rimboschimenti con finalità di protezione del suolo e delle colture, e un maestoso filare di cipressi a protezione dei terreni a valle furono il biglietto da visita dei Pozzolini.
Il generale Giorgio Pozzolini conferì questo incarico all’agronomo Tito Pestellini, che in una interessante memoria a stampa, letta all’Accademia dei Georgofili nel Luglio 1914 (“La tenuta di Bivigliano e la sua sistemazione forestale e agraria”, Dott. Tito Pestellini, Tipografia Ricci, 1914 – Firenze) dava conto del lavoro intrapreso e in parte portato a termine. Vi si descrivono le migliorie apportate dai Pozzolini per riattivare i poderi, grazie ad una intensa opera di forestazione e recupero di terreni agricoli. Nel testo si parla dei nuovi impianti, con circa 16.000 piante tra abeti e picee, 80.000 pini, 4.000 cipressi, 10.000 querce e numerose altre specie di conifere, anche con impianti sperimentali e la creazione di un vivaio per la produzione degli esemplari. Ancora, viene citato il filare di cipressi sul crinale a protezione delle colture, e la cinta a difesa della Villa, composta con la stessa specie, ora prestigiosa cornice dell’immobile. A dimostrazione dell’efficacia della realizzazione si riporta, sempre nel citato documento, la possibilità di coltivare l’olivo, specie adatta a climi pi miti e altitudini inferiori. L’azienda fu produttiva fino alla seconda Guerra Mondiale quando la Villa, gli edifici annessi e il parco subirono danni rilevanti. In seguito, con la crisi della mezzadria, come inevitabile conseguenza di cambiamenti sociali ed economici, cominciò la vendita di gran parte dei poderi ed il ridimensionamento della proprietà che oggi si estende per 35 ettari. Attualmente, restaurata, la villa mostra ancora intatto il suo assetto “originario”. Sull’elegante facciata principale, strutturata in cinque assi di aperture, si staglia il monumentale portale balconato, in sintonia con la coeva tradizione fiorentina di estrazione tardo cinquecentesca. Sul fronte nord della villa si estende il prato all’inglese, la cui realizzazione risale alla seconda metà del XIX secolo e su cui si affaccia il piccolo Oratorio della Vergine della Neve.

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